Negli ultimi mesi incontro spesso persone che, in coaching, portano la stanchezza che sentono e che non fanno vedere.
Sono persone capaci, affidabili, brillanti. Quelle che, quando c’è un’urgenza, la prendono in mano. Quando serve un salto di qualità, lo fanno. Quando cambia il ruolo, si adattano.
Questi comportamenti segnano l’inizio della conflittualità che logora dentro.
Perché è proprio quando qualcuno funziona bene, che, spesso, gli si chiede di più.
Non si ha il tempo di ascoltare, di osservare in profondità: il ritmo aziendale è veloce, le decisioni non aspettano, e chi dà sicurezza diventa, piano e senza accorgersene, il contenitore di tutto.
E in coaching ha la forma di quella lieve esitazione nel raccontare il proprio quotidiano, quel sorriso che prova a rassicurare… e quel “non ce la faccio più” che chiede aiuto.
Il silenzio che viene interpretato come
Non dire ha un costo.
Chi non esprime dubbi, chi non chiede chiarimenti, chi non pone limiti… spesso non lo fa per mancanza di coraggio: a volte non ha ancora il linguaggio per farlo. E dall’altra parte – titolari, manager – leggono in quel silenzio la disponibilità.
Non è mancanza di sensibilità, ma la pressione che spinge a decidere in fretta e a dare per scontato che l’altro ce la farà.
È il frutto spesso di cattive abitudini, che, nel tempo creano distanza: uno non parla, l’altro interpreta.
Un tocco umano, ma anche fermezza
Lo spazio umano in coaching è quello in cui la persona può dare nome a ciò che non dice in azienda.
Per riportare la chiarezza dove serve e preparare conversazioni lucide con il proprio responsabile, con il titolare, con chi prende le decisioni. E riportare l’accordo al centro.
Il coraggio di parlare non può restare confinato nella stanza del coaching.
Serve arrivare alla consapevolezza dei confini che sono ciò che rende possibile la crescita.
Questo vale sia per chi svolge il ruolo operativo, che per chi guida.
Il prezzo per la persona
Quando si silenzia la propria voce:
- si procede per inerzia e alzarsi la mattina diventa difficile
- si prendono decisioni “per evitare problemi”, non per costruire ponti
- si perde lucidità, e si aumenta la tensione
- si rinuncia al proprio benessere.
E l’energia che prima dava brillantezza, diventa fatica trattenuta.
Il prezzo per l’azienda
Quando una persona valida regge troppo:
- cala la qualità delle sue decisioni,
- aumenta gli errori e talvolta nasconde fatti
- si demotiva e manda curriculum
- e l’azienda rischia di perdere proprio chi fa la differenza.
La sovra-responsabilizzazione, senza accordi, è un vantaggio solo all’apparenza:
dietro c’è un costo che arriva silenzioso, ma arriva.
La parte più matura: incontrarsi nella complessità
Il punto di svolta, lo vedo ogni volta che azienda e persone si concedono un confronto autentico.
Un dialogo disteso e aperto: cosa è sostenibile, cosa non lo è, aspettative, ruoli e opportunità. Direzione, tempi, condivisione di intenti e di modalità.
Non è un dialogo di potere.
È un dialogo adulto.
Molte persone arrivano in coaching in questo momento
Cercano uno spazio in cui:
- trovare la propria voce sopita
- rinforzare il coraggio,
- mettere a fuoco i confini e la propria direzione professionale,
- prepararsi a un dialogo proficuo con il manager o titolare.
Una domanda, per chi guida e per chi opera
Per chi guida:
Che effetto avrebbe sulla tua organizzazione se le persone potessero parlarti in modo più trasparente?
Per chi opera:
Come cambierebbe la tua giornata, se ti concedessi di dire ciò che ha bisogno di essere detto?